
C’era un periodo dell’anno in cui l’aria cambiava davvero. Non era ancora estate, ma la si sentiva arrivare insieme a una tensione sottile: le pagelle. Le aspettavamo con lo stomaco chiuso. Con la speranza di un “bravo” detto a tavola. Con la paura di deludere qualcuno. Con quella strana sensazione di essere improvvisamente riassunti dentro una colonna di numeri.
E in fondo è assurdo pensarci oggi: quanto può davvero raccontare una persona che ha un sette? O un cinque? O perfino un dieci? Eppure, per anni, ci abbiamo creduto tutti un po’. Abbiamo pensato che certi voti dicessero qualcosa sul nostro valore. Che essere “bravi” significasse essere abbastanza. Che bastasse una materia andata male per sentirsi meno intelligenti, meno capaci, meno visti.
Le pagelle avevano il rumore delle sedie spostate piano. Delle firme chieste con cautela. Delle promesse fatte per settembre. Avevano il peso delle aspettative adulte, spesso molto più grande dei numeri stessi. Imparare non è mai stato lineare. E soprattutto non è mai stato numerico. Ci sono bambini curiosissimi che a scuola si sentono fuori posto.
Bambini creativi che non riescono a stare dentro certi schemi. Bambini sensibilissimi che si bloccano per paura di sbagliare. E nessun voto riesce davvero a misurare tutto questo. Forse il problema non sono nemmeno le pagelle in sé. Il problema è quando iniziano a diventare identità. Quando un otto diventa motivo d’amore. Quando un quattro diventa motivo di vergogna.
Quando i bambini smettono di chiedersi “cosa mi piace?” e iniziano a chiedersi solo: “quanto valgo?”. Sicuro che la risposta possa stare dentro una pagella? E allora forse oggi, da adulti, dovremmo ricordarcelo meglio. Ricordare cosa si provava ad aspettarle.
Quel nodo in gola. Quel bisogno enorme di essere approvati.
