
La fantasia viene spesso trattata come un passatempo, qualcosa di bello ma secondario. Un riempitivo tra una cosa seria e l’altra. Perché ci insegnano molto presto a considerare utile solo ciò che produce qualcosa di concreto. Quello che si può misurare, organizzare, trasformare in risultato. Eppure la fantasia è una delle cose più serie che abbiamo.
Se ci pensiamo, tutto quello che esiste davvero, prima, è stato immaginato da qualcuno. Una casa, una storia, una scoperta, un viaggio, perfino il modo in cui scegliamo di amare o di educare un figlio. Ogni cambiamento nasce da una possibilità immaginata prima ancora che reale. La fantasia non è evasione dalla vita. È un modo per allargarla. I bambini lo sanno benissimo. Trasformano un cartone in una nave, un lenzuolo in un castello, una pozzanghera in un oceano intero. Non stanno “perdendo tempo”: stanno costruendo il loro modo di guardare il mondo. Stanno allenando la capacità di vedere oltre quello che c’è davanti.
E forse crescendo perdiamo proprio questo. La libertà di immaginare senza dover giustificare tutto. Ci convinciamo che fantasticare sia poco produttivo, che sognare troppo faccia perdere il contatto con la realtà. Ma spesso è il contrario: chi non immagina più niente finisce per vivere sempre nello stesso spazio interiore, ripetendo giorni identici senza accorgersene.
La fantasia ci salva anche nei momenti più normali. È quella che rende speciale una routine. Che trasforma una sera sul divano in un ricordo. Che permette a una famiglia di inventarsi rituali, storie, linguaggi propri. È la parte invisibile che dà colore alle cose concrete.
Il mondo non va avanti solo grazie a chi esegue. Va avanti grazie a chi riesce ancora a immaginare qualcosa che prima non c’era.
